Aphrodite, il cavaliere delle roseCapitolo 2. L'acqua è vita... l'acqua ghiacciata è morte.© 2001 by Aphrodite
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Back to Stayka's Saint Seiya Index | FanFics | Site Index E fu così che cominciò una serie lunga di notti in cui mia madre mi svegliava e mi portava con sé. Io ero spesso insonnolito e non volevo affatto mettere i piedini giù dal letto morbido. Mio padre mi teneva stretto e non voleva che sfuggissi via, aveva preso l'abitudine di farmi dormire al suo fianco... egli non l'avrebbe mai ammesso, ma io so perché lo faceva. Nella sua profonda ingenuità credeva che quello fosse l'unico modo per salvarmi da quella donna demone che mi aveva messo al mondo. Ma mia madre riusciva lo stesso, in segreto, ad indirizzarmi verso la cavalleria. Prolungava il sonno di mio padre con la sua forza. Mi portava via in silenzio, io dovevo ascoltare i suoi ordini, come un cagnolino. Mi aveva intimato di non dire nulla a nessuno. Naturalmente, le prime volte che mi aveva portato nella foresta che circondava il paese, avevo borbottato, piagnucolato, pianto... avevo persino provato a minacciarla che avrei detto tutto a papà. Ma lei rispose ai miei inutili tentativi di smuoverla dal suo intento di farmi diventare qualcosa che ancora non capivo con una minaccia più dura e che mi lasciava terrorizzato ogni volta che me la ripeteva. Avrebbe ucciso Aria, la mia cagnetta husky, o si inventava altre crudeltà contro le cose a cui tenevo. E così imparai a tenere la bocca chiusa, mentre lei mi intimava di fare esercizi fisici che non potevano essere sopportati neanche da un uomo adulto, con la costanza e la celerità con cui me li proponeva. Aveva cominciato ad allenarmi nell'inverno profondo e la neve fredda e il ghiaccio coprivano tutto ciò che ci circondava. Il bosco in inverno era molto lugubre. L'oscurità era strana, quasi surreale, una notte senza stelle e senza poter vedere il cielo. Una notte senza luna e senza speranza di scrutare tra la profondità della cupola di alberi che ci avviluppava. Si vedevano solo, appena, grazie al lucore innaturale della neve, tante spettrali immagini semoventi di scheletri ossuti, che avevano tante forme diverse e paurose. Spesso il vento spazzava la base degli alberi e rendeva tutto più freddo ... più insopportabile. La prima volta che uscimmo in una di queste gite notturne all'aperto, mia madre mi disse che dovevo abituarmi a quella visuale, a quelle incerte collinette di bianco che si smontavano e rimontava a seconda dell'apporto di materiale candido che cadeva dai rami in sovraccarico. Mi disse anche che avrebbe cominciato a farmi lavorare sodo, per diventare forte. Quella volta le chiesi, in sordina, sperando che lei non si arrabbiasse per la domanda: "Perché devo fare questo?!" La sua risposta, trasmessa dal sorriso di folle che riusciva spesso a far trasparire dal suo viso fu : "Per Athena!" Io la guardai senza capire: "A... Athena?!" "Sì! La Dea!" "Co... come Odino?!" Lei rise, sempre cinica. "Cos'è Odino in confronto alla dea della Giustizia?! Basta con questi guazzabugli mitologici! Ti insegnerò e parlerò di Atene, del Santuario, del Gran Sacerdote e di tutto il resto... Odino è un sogno degli uomini... Athena è una realtà!" Non era questo quello che mi aveva insegnato il nonno. Non era questo quello che avrei voluto intendere dalla bocca di mia madre. Con uno sprazzo di ribellione nel cuore, le dissi serio: "Tutti nel villaggio parlano di Odino... della sua forza! Egli è un grande dio..." "Il villaggio è formato da gente ottusa, che non ha mai visto il VERO mondo. Qui rinchiusi nelle loro capanne vivendo di caccia, pesca, lavoro nei boschi..." Lei si inginocchiò al mio fianco, accarezzandomi il volto. "Aphrodite! Tu guarderai il mondo con i miei stessi occhi... non con la mente chiusa di questi uomini rozzi! Ti porterò nella culla della civiltà. Il Santuario... quando sarai divenuto ciò che voglio diventi sederai tra gli uomini più illustri e potenti della terra! Ma prima devi essere forte! Io voglio che diventi forte!" e così dicendo mi artigliò le spalle con le sue mani affusolate dalle unghie lunghe... In quei primi momenti dell'addestramento conobbi quello che veramente era mia madre. Un cavaliere... non una donna. Nel bosco c'era una vecchia capanna, non la usava quasi nessuno però si sapeva che c'era. Se qualcuno restava nel bosco la notte, poteva raggiungerla senza problemi e tentare di ritrovare un po' di conforto dal vento gelido che spazzava i tronchi scuri degli alberi, nella tenebra. Mia madre mi addestrava lì e nelle vicinanze del capanno. Tra le quattro mura di legno mi raccontava dei miti greci... delle leggende. Al di fuori, tra la neve alta, mi diceva di resistere al freddo a alle intemperie. All'interno della vecchia casa mi intimava il silenzio... mentre lei parlava, narrava le gesta di esseri epici, usciti proprio dal mito! I cavalieri di Athena... la loro forza... lo faceva per spingermi ad entusiasmarmi, ma non ci riusciva e ogni giorno capivo sempre meno il perché delle corse tra gli alberi per raggiungere un animale in fuga, le mille flessioni attaccato al basso ramo di un albero ricurvo e gelido, i pugni contro le cortecce dure, le mani doloranti... sanguinanti... e poi... le meditazioni. Mia madre non cominciò subito a parlarmi del cosmo, iniziai ad avere i primi problemi con le "meditazioni" solo in seguito, poco prima di partire dalla Svezia per andare in un luogo orribile, ancora peggiore della mia terra natale. Ma prima di questo evento successe ben altro, e tutti questi altri avvenimenti giravano intorno alla conoscenza del vero potere di mia madre... e alla consapevolezza di quanto fosse diverso dal mio. Lei mi intimava che era ora di dimostrargli la mia inclinazione cosmica, cosa che non riuscivo a spiegarmi, si arrabbiava perché dopo due anni di addestramenti doveva venire naturale individuare che cosa potevo diventare veramente. Ma io non volevo essere cavaliere, la voglia di diventare un cavaliere mi angosciava, perché mi sentivo veramente sconvolto ogni volta che mi ordinava di cacciare fuori qualche potere... non sapevo come fare. Tra l'altro, ricordo che erano già passati due anni dall'inizio delle nottate insonni, e cominciavo a sentire le domande di mio padre che non riusciva a spiegarsi il perché della mia continua fiacchezza fisica e morale, strana per un bambino tanto piccolo... egli era sempre più preoccupato e il culmine dei suoi dubbi arrivarono quando, un giorno, mi trovò di fronte al fuoco acceso che scoppiettava forte, a fissare un ammasso bruciante di legno colorato. Erano le mie barchette vichinghe con tutti i soldati. Mi sentivo soddisfatto del lavoro che avevo fatto. Mio padre invece mi osservò in silenzio, mentre io non lo degnavo neanche di un sorriso. Fu lui il primo a parlare... e le sue parole trasudavano rabbia e rivolta. "E' stata tua madre a..." Naturalmente lo bloccai prima che potesse completare la menzogna che
gli aveva suggerito il suo astio verso la moglie... potevo lasciare che
egli pensasse questo... che lo credesse fino al punto di arrabbiarsi
tanto con la mamma, tanto da prendere finalmente un atteggiamento da
uomo e contrastarla fino a che non mi avesse lasciato in pace con le sue
torture. Ma non lo feci. Dissi con una certa freddezza: Anche gli uomini del villaggio dovevano morire nello stesso modo... così lo dissi a mio padre senza molte difficoltà: "Loro sono infedeli, Odino è un dio falso... dovrebbero
perire tutti!" Riguardando nel passato mi rendo conto che poteva essere molto complicato a quei tempi trovare un bimbo che avesse delle idee così estremiste in fatto di fede e mio padre, sentendo un bambino di 5 anni parlare di "infedeltà religiosa" come se ne sapesse più di tutti gli anziani del villaggio, comprese di scatto che qualcosa non andava... anche se... ancora non mi spiego come non si sia accorto dei miei cambiamenti subito. Ero diventato qualcun altro, di questo ne sono consapevole. Ma lentamente... ricordo che lentamente avevo smesso di giocare, un po' alla volta avevo cominciato a cercare di catturare quella "polvere di stelle", che mia madre mi diceva di cercare in me stesso, anche al di fuori degli allenamenti. Avevo cominciato ad evitare la gente, ma stavo il più possibile con mio padre... Egli era la mia ancora di salvezza, il mio appiglio umano nel mare di disumanità che varcavo ogni giorno, che mi trovavo a navigare in ogni momento. Ed ancora divago... perché il filo dei miei pensieri è così lungo e spesso si impiglia in mille nodi? Mio padre si accorse quel giorno in cui diedi fuoco ai miei pupazzetti d'infanzia che quello che aveva di fronte non era proprio il suo bambino, ma una creazione aliena fatta da qualcun altro... da un plasmatore silenzioso di cui non era difficile indovinare il nome. Erja. Sentendosi dire quelle parole mi si avvicinò e mi costrinse a guardare verso di lui, i miei occhi li vedevo riflessi nei suoi... erano lucidi, due specchi chiarissimi e completamente acquosi, come se avessi pianto... ma non avevo versato neanche una lacrima. Ero solo stanchissimo e volevo dormire, ma la notte arrivavano a farmi visita un numero impressionante di spettri neri... non riuscivo a dormire e non riuscivo a dirlo a mio padre. "Mika..." chiamò l'uomo che mi amava così tanto "MA hai la febbre?!" Posò le sue labbra sulla mia fronte, che però non
scottava... ma egli era talmente in pena per me che non si rese conto
di questa particolarità. "Andiamo da Johan... egli
troverà il modo di..." E corsi via. Dopo un attimo egli eri dietro di me e mi prese in braccio... io lo picchiai selvaggiamente affondando i miei pugni gridando in preda ad una profonda angoscia: "Dove sei tu le notti?! Perché non mi senti gridare?! Perché... perché... perché?!" I singhiozzi mi strozzavano ed egli senza capire continuava a cullarmi tra le sue braccia. Ma in un attimo riuscii a sentire la tensione tra noi allentarsi, egli era mio padre e non meritava questo, era l'unica persona gentile con me. Mia madre mi trattava da schifo... i personaggi che popolavano il Boden erano ormai ai miei occhi dei vili, dei peccatori, degli inutili gingilli stupidi che non riuscivano neanche a capire i loro errori! Ma egli non era un rozzo e vile, non era cattivo con Erja. Egli era mio padre... "Amore..." sussurrava dolcemente alle mie orecchie "Hai gli incubi nell'oscurità? Io stanotte starò sveglio tutto il tempo per te... promesso, piccolo mio... te lo prometto!" Sentendolo parlare in questo modo però, non ascoltavo solo le sue parole... percepivo anche qualcosa di più profondo in quei momenti di intimità. Per un attimo pensavo a come sarebbe stata la mia vita senza mio
padre, e qualcosa in me mi suggeriva che presto sarei stato senza di
lui... ma il mio cuore sperava di non vedere mai questi eventi tristi
che la mia mente confusa mi suggeriva. Poi non ricordo più nulla, tranne il fatto che quelle frasi furono le ultime pronunciate da mio padre mentre eravamo nella stanza principale della casa. Ero svenuto... e quando mi svegliai, mi ritrovai nella morbidezza del letto dei miei genitori. Papà mi aveva coperto di plaid caldissimi... la mamma era al suo fianco e sorrideva soddisfatta. Aprire gli occhi però, non bastò a ridarmi tutte le forze. Non ci sentivo bene e i muscoli mi dolevano, come se avessi lavorato tanto. "Mika..." sorrise mio padre accarezzandomi "Mi hai
fatto spaventare! Vado a prenderti un bicchiere d'acqua!" Lei non riusciva a capire quanto si sbagliava... perché la mia energia era ben diversa dalla sua... ma questo lo compresi solo un anno dopo. In seguito al mio malessere passai i giorni più belli della mia vita con mio padre. Egli non mi lasciava! Aveva paura che mi succedesse qualcosa e continuava a star con me... ma dopo una settimana, una notte, Erja mi disse: "Vieni!" e mi portò nel bosco... ancora una volta. Ma non era il momento di allenarsi, era il momento della conoscenza. Per la prima volta di fronte ai miei occhi portò uno splendido scrigno tutto dorato e me lo mostrò nella neve. I riflessi che si vedevano sulla candida coltre erano dovuti alla luce che quella grande scatola emanava. Io lo guardavo... quello era uno dei magici contenitori di un'armatura, proprio come mi aveva insegnato mia madre... lì dentro c'era un bellissima armatura... e, addirittura, un'armatura di un cavaliere della massima gerarchia! Con un semplice gesto di richiamo, mia madre lasciò che il cloth si aprisse e che ne uscissero schinieri, pettorale, elmo e altre parti di una complessissima armatura molto decorata... La prima volta che guardai la composizione dei pezzi sul suo corpo atletico rimasi allibito. Mia madre in armatura d'oro era stupendamente... cattiva! Mi intimò solo una cosa: "Guarda... guarda quello che
sarà il tuo potere!" Io la osservavo senza riuscire a distogliere lo sguardo da quell'immagine abbagliante e mortale, sentivo in me lo stesso slancio della falena che va verso il suo carnefice, la fiaccola accesa, che brucia e sfascia le sue alucce delicate. Io provavo la stessa sensazione di disfacimento che prova quel povero insetto sfortunato, lo stesso desiderio di infrangermi in quella figura luminosa... sparire per mano di essa! Sollevò le mani davanti al volto, la mia mamma... le sollevò fino a formare un angolo retto con il suo corpo. Chiuse gli occhi e smosse qualcosa, un potente turbine salì dalle sue membra, sentivo in lei la forza di un grande gorgo marino... e la cosa stranissima era che lo sentivo! Mia madre era circondata da una luce dorata che però non veniva solo dalla sua armatura... quell'aura veniva da lei! E la riuscivo a vedere... Un vento gelido si alzò da lei! E io intendevo il suo rumore... mentre i serici capelli lunghissimi di mia madre, sempre racconti in treccia, svolazzavano a causa dello spostamento d'aria. Dalla sua bocca uscirono solo due parole :
" Il suo respiro accelerò di botto... poi si arrestò e
l'umidità di fronte e lei si condensò immediatamente,
brillando di una luce argentea. Ma non solo l'umidità dell'aria
subì questa mutazione... la linfa dell'albero, in massima parte
formata da acqua, si arrestò nei capillari già provati dal
terribile clima svedese... un sospiro silenzioso, un crepitio da parte
dell'albero... poi, la corteccia esplose!
Il volume dell'acqua interna si era accresciuto e la pressione nelle
venuzze era stata tanto forte da superare quella atmosferica, e l'albero
era esploso.
Migliaia di pezzetti rotearono intorno a me, mentre guardavo ad
occhi aperti quell'ennesimo insegnamento della mamma.
Soddisfatta del proprio lavoro, la donna mi guardò e
sorrise...
"Hai visto, Aphrodite?!" era veramente un demone
"l'acqua è vita, l'acqua ghiacciata è morte! Tutto
ciò che ha acqua può essere controllato da me che ne sono
la signora! E presto anche tu imparerai ad usare la vita degli esseri
per spingerli alla morte!"
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