Il segreto di ArtemideCapitolo terzo: Astarte© 2001 by Graziana
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Back to Stayka's Saint Seiya Index | FanFics | Site Index Mentre se ne stava tranquillamente a studiare tutte le mosse vincenti degli scacchi, come ormai faceva da molto tempo anche se inutilmente, Hyoga udì un grido lacerare il silenzio avvolgente della notte.
Si disse piombandosi sulla finestra. Una ragazza ferita, di sotto, si apprestava a fronteggiare, completamente disarmata, un colosso bardato di tutto punto.
Urlò quasi riferendosi all'enorme cavaliere dorato, che insidiava un'esile fanciulla mascherata, e contemporaneamente calzò la propria armatura, sempre pronta e lucida, conservata nello scrigno accanto alla porta. Si precipitò per le scale.
S'andava ripetendo mentre scendeva i gradini quattro a quattro. Quando, poco dopo, arrivò alla soglia dell'ingresso lo spettacolo che gli si parò di fronte agli occhi fu tanto sconvolgente quanto inaspettato: il gigante era disteso per terra, apparentemente privo di sensi, al contrario della fanciulla che, visibilmente provata, era ancora in piedi, tentando di arginare con la sinistra il flusso di sangue che defluiva dalla spalla opposta.
Ella, però, non rispose: la sua figura (il giovane se ne accorse bene) fu percorsa da un fremito e le gambe cedettero sotto il peso del corpo. Per miracolo Christal le impedì di cadere, afferrandola per la vita e sollevandola in braccio, con la cura di non provocare ulteriori traumi alla ferita aperta.
Lo sguardo del russo era amorevole: aveva l'impressione di conoscere quella piccola donna da una vita.
Il corpo di lei ebbe un fremito e Hyoga intuì che, sotto la maschera, il volto le si fosse contorto in una smorfia di dolore.
La sacerdotessa si rassegnò all'evidenza dei fatti: quel ragazzo non avrebbe ceduto mai e poi mai! Rilassò i muscoli e si abbandonò all'abbraccio rassicurante dell'amico che la scortava, senza neppure conoscerne l'identità. Percorsero le scale in silenzio ed una sconosciuta sensazione di pace s'impossessò delle membra stanche della ferita: udiva i battiti del cuore del suo compagno di mille avventure; ricordò la disperazione che le nacque nell'animo quando non poté proteggerlo nella casa di Gemini ad Atene oppure il gelo che le attanagliò il cuore quando lo vide giacere morto in quella lastra di ghiaccio, o, ancora, la lontananza di Asegard. La porta dell'appartamento di Hyoga era aperta: doveva essere uscito di corsa, udendola gridare, per giungere in suo aiuto. Entrarono ed egli l'adagiò sul letto, che, in quella piccola ma accogliente abitazione, fungeva anche da divano e, a volte, quando vi si riunivano tutti i compagni d'arme per studiare quest'o quell'autore classico, era anche un'ottima scrivania.
Esordì il giovane. Era evidentemente una frase retorica: come sarebbe potuta andare via una ragazza in quelle condizioni?
Si disse allora Shun, guardando una foto che l'amico aveva sul comodino: vi erano immortalati tutti e sei (loro cinque cavalieri inseparabili e lady Saori) sulla scalinata interna del Palazzo dei Tornei. Dal quadretto s'aveva un vago sentore dell'architettura neoclassica dell'edificio. Concentrò il proprio interesse sulla figuretta esile di quel ragazzino dai capelli scuri ed i lineamenti delicati: era lei. Le forme rotondeggianti del petto erano rese piatte da una canottiera spessa e stretta, ma aveva sempre potuto far ben poco per mascherare gli arti sottili e le mani bianche ed affusolate.
Ad un tratto si rese conto d'essersi cacciata nei guai fino al collo: era a casa del suo migliore amico in vesti femminili e ferita; ciò significava che si trovava praticamente alla mercé dell'altro: se gli fosse venuta in mente l'idea di toglierle la maschera per guardarla in viso?
Il cavaliere del cigno, intanto, era rientrato nella stanza da letto con delle bende, un catino d'acqua fresca e del disinfettante. Indossava ancora la sua armatura rilucente perché non aveva avuto il tempo di riporla nello scrigno. I capelli biondi gli contornavano il bel viso dai tratti nordici. La giovane si sentì avvampare, ma rifiutò di capirne la ragione già intuita.
Le fece uno strano effetto pronunciare il proprio nome, avviare un discorso su di sé mentre Christal le medicava la ferita al braccio destro. Il disinfettante bruciava non poco.
L'altra fece cenno di sì con il capo, mentre la mano sinistra attanagliava un lembo della coperta per non concentrarsi sul dolore insopportabile.
Replicò pignola lei: adorava da sempre la mitologia antica e nessuno dei suoi compagni conosceva dei, usanze rituali e leggende al suo pari. Dopo qualche istante di tedioso silenzio, in cui Shun sentiva il palpitare accelerato del proprio cuore, il cavaliere la pregò di mettersi seduta per sistemarle meglio la fasciatura. Le aggiustò le bende facendole passare sul suo petto e per un momento ella avvertì un brivido percorrerle tutta la schiena: le dita di lui le avevano sfiorato il collo per fermare la medicazione. Cosa le stava succedendo? Tante volte aveva toccato Hyoga, ma non aveva mai provato nulla di simile... tranne forse nella casa di Libra, quel giorno ormai lontano nella memoria. Quanti mesi erano trascorsi? La ragione di quella "stranezza" le fu presto chiara: nelle altre occasioni era un uomo, adesso, invece, l'amico sfiorava il suo corpo di ragazza, pur ignorandone la vera identità.
Shun era sul punto di commuoversi. L'amico avanzò verso di lei e, tenendo lo sguardo fisso sulla maschera inespressiva che le celava il volto, azzardò un'ultima preghiera:
Pronunciò piano, con rammarico: avrebbe voluto togliersi quella stupida copertura!
Hyoga aveva una mano protesa verso la porta per la quale Astarte, ragazza aiutata poco prima, era corsa via. Shun, intanto, per le scale eseguiva un ragionamento molto meno romantico: aveva finalmente scoperto da chi e perché stava scappando. Il giorno della resa dei conti si avvicinava.
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