Il segreto di ArtemideCapitolo quarto: La confessione di un amico© 2001 by Graziana
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Back to Stayka's Saint Seiya Index | FanFics | Site Index La stanza era invasa da una luce pallida e tremolante che penetrava dalla finestra. Shun si svegliò di colpo perché qualcuno aveva suonato il campanello, ma i suoi occhi non furono feriti da quella luminosità delicata. Con movimenti impacciati si alzò imprecando per il dolore causato dalla ferita. Una piccola macchia di sangue deturpava la manica del pigiama, che aveva infilato la sera prima, appena arrivata a casa, mentre riponeva, in fondo ad un tiretto del suo armadio, chitone e maschera. Con passi lunghi ma lenti percorse la distanza che intercorreva tra la porta d'ingresso ed il suo letto. Aprì sbadigliando vistosamente e strizzando gli occhi.
L'amico lo fece accomodare senza dire una parola: il giovane si presentava praticamente tutte le mattine ed era abituato ed un buon quarto d'ora di silenzio, in quanto il padrone di casa era troppo stordito per parlare ed a stento riusciva a comprendere quanto gli veniva detto. Quel giorno, apparentemente uguale agli altri, era però diverso: Shun non parlava per paura di compromettersi, ma la sua mente rea vigile e lucida.
Il russo annuì senza smettere di sorridere, tanto da apparire uno sciocco:
I due bevvero in silenzio il liquido freddo e scialacquato, che evidentemente era stato preparato la sera prima. Il sole illuminava prepotentemente i visi degli amici intenti a far colazione senza proferir parola, diffondendosi in tutta la stanza e riflettendosi su una pentola lasciata su un fornello mai acceso. - Sei più assonnato del solito. Anche tu hai fatto tardi ieri sera? Chiese Hyoga per iniziare una conversazione civile quando ebbe ingoiato l'ultimo boccone. L'altro scosse la testa:
Si ripromise di mantenere i nervi saldi e di ascoltare con calma il racconto che il Cigno s'apprestava a narrare.
La giovane finse di affogarsi con la bevanda:
Questa volta Shun non parlò, ma tenne fissi gli occhi sulla sua tazza di caffè amaro e freddo.
Il suo tono era nervoso, ma tentava di dissimulare tale emozione assumendo un'aria scherzosa, in opposizione all'eccessiva serietà dell'amico.
Cosa aveva detto? Alla ragazza, nascosta in un pigiama troppo ampio, non pareva vero di aver udito quelle parole. Fu come ricevere una folata di vento gelido in pieno volto: il suo amico di sempre si era innamorato di una fanciulla, che altri non era se non lei! Impallidì visibilmente ed il viso le si contrasse in un'espressione sbigottita. La tazza, ormai vuota, le cadde di mano. Il rumore della ceramica che s'infrangeva sul pavimento riuscì a farla emergere da quell'infinito istante di incredulità.
Anch'egli si era inginocchiato e la guardava negli occhi tenendo un frammento di terra cotta in una mano. Il suo sguardo aveva la stessa espressione che si rivolge ai bambini innocenti ed inesperti.
Pensò ritraendosi istintivamente, come il pudore le imponeva di fare; in conflitto con l'istinto, che l'avrebbe spinta a gettargli le braccia al collo; e con la ragione, che avrebbe voluto vederla immobile.
Fortunatamente riusciva a parlare con una certa naturalezza
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